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Terremoto del 1915 che distrusse Collarmele
Testi a cura di Don Francesco Prosia  maggiori info autore
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(Collez. di A.del Fiacco)
  
 
(Collez. di A.del Fiacco)
  
 
(Collez. di A.del Fiacco)
Nel Periodo delle glaciazioni, quando la temperatura era estremamente rigida, un ghiacciaio che si era ingrossato, scendendo dalle alte cime del Sirente, avrebbe eroso, assicurano i geologi, il terreno della montagna, dove ora si apre la grande valle (il"Vallone"), alla cui foce, sita lungo la locale "Fossa dei Cavoli", si sarebbe originato, con il sovrapporsi man mano dei diversi strati (i primi di carattere morenico ed i successivi alluvionali) l'ampia altura, la quale nel tratto terminale orientato verso Sud - Est, forma il sito, ove era ubicato "Collis Armelis"': Collarmele, il vecchio paese, che il terremoto del 1915 distrusse completamente, riducendolo ad un cumulo di rovine.
   
Il dubbio sul significato etimologico sul binomio "Collis Armelis" riguarda il secondo termine "Armelis". C'è chi ritiene che tale espressione equivalga ad "ameno". Ma, che Collarmele in linea di massima si possa qualificare come luogo "ameno" per l'esposizione solatia, per il clima sano, asciutto, benché assai rigido nella stagione invernale, nessuno può metterlo in dubbio. Tuttavia che la parola "armele" come tale significhi ameno è cosa del tutto gratuita. È altresì pura leggenda che Marsia, il re della Lidia, sia venuto in Italia, soggiornando sulle rive del lago di Fucino, considerando i Marsi come suoi sudditi e fondando paesi nella Marsica, tra i quali Collarmele, denominandoli con nomi di località d'Oriente, come: Celene (Celano), Licia (Lecce), Corico (Corcumello), Cappadocia (dall'orientale omonima) e Collarmele da Armenia. 
   
 

Particolari sulle cause ed effetti disastrosi del terremoto.
 Il terribile sconvolgimento tellurico che si abbatté sull'intera Marsica con scosse sussultorie e ondulatorie per la durata di 5 - 6 secondi "produsse effetti disastrosi: Avezzano, Collarmele, San Benedetto, Paterno, Gioia dei Marsi, San Pelino ed altri paesi firrono pressoché rasi al suolo; quasi tutti gli altri furono più o meno colpiti. La cifra ufficiale dei morti si elevo a 28.257..." (Enc. Treccani, voce "Marsica"). 
 
Secondo i dati statistici, dopo Avezzano, il centro abitato più colpito fu Collarmele e segnalato al terzo posto fu Paterno. Particolarmente toccanti furono le testimonianze di coloro, i quali sopravvissero all'immane flagello. 
Chi scrive si permette di riferire anche la sua; una testimonianza auricolare raccolta dalla viva voce dei genitori e del fratello Donato, che allora aveva 16 anni: "Il babbo ed il fratello prima delle 6 antimeridiane di quell'agghiacciante 13 Gennaio erano già in ' d, per accudire alle faccende della stalla, per cui non subirono gravi da nella persona. Accorsero subito nella casa, che si trovava nel centro del paese trovarono mia sorella Paolina, di nove anni, che giaceva morta nel letto. Nella cucina, ove la mamma già alzata teneva me in braccio, bimbo di due anni ancora in fasce, il soffitto di legno era crollato: la mamma ebbe una gamba rotta ed io dal babbo fui tratto miracolosamente illeso dai pioli della sedia, ove ero rimasto intrappolato".
 
La maggior parte dei feriti furono portati a Sulmona dai soldati accorsi da Roma, dove, non bastando per il ricovero l'unico dell' Annunziata, furono adibiti altri locali, tra cui l'ospizio di Santa Chiara, a cui era annesso il 
famoso Oratorio, che poi negli anni '40 fu ceduto alla Congregazione di Don Orione. Quel Don Orione che amava tanto la Marsica e che per la Marsica terremotata fece più di quanto era possibile immaginare, raccogliendovi tantissimi orfanelli, come a Pescina i fratelli Tranquill' Romolo ed Ignazio Silone; ad Avezzano Don Piccinini, Don Domenico Del Rosso, Don Tibuezio; a San Benebenedetto Don Benedetto Gismondi Don Antonio Cerasani; a Cerchio  Don Di Pietro Francesco, ad Aschi Don Cesare Di Salvatore (1) e a Collarmele il carissimo Don Candido Di Stefano morto alcuni anni fa il 17 marzo 1988, il quale aveva appena 9 anni quando per il terremoto rimase orfano d'ambo i genitori. Fu Don Orione ripeteva spesso, il mio secondo padre in Crisyo che mi sottrasse orfano dalle pietre del terremoto e mi portò dopo 15 anni alla pietra dell'altare.
 
   

Alcuni rilievi sulla toponomastica del paese, cosi come era prima del terremoto del '15. 
Una foto dell'intero agglomerato del Vecchio Colle (riportata a pag. 28) la si possiede ancora ed il punto ottico da cui é stata ripresa é l'altura dell'attuale Via Cerfennia, donde, al di là della Via ferrata si scorgono, sotto un velo di foschia, le alture d'intorno con la cornice dei monti ed, in posizione più ravvicinata, l'area centrale dell'abitato con la torre cilindrica, il campanile più alto che svetta con la sua cuspide piramidale, e, congiunta al quale si intravede l'ampia mole della chiesa parrocchiale. E degli altri edifici, ad uno o a due piani, occhieggianti con i loro ingressi, le loro finestre, i balconi e con i tetti ricoperti con i coppi, è dato poter riconoscere vicino alla torre la caserma dei carabinieri. 
 
E delle piazze del vecchio borgo, ove la gente più di frequente si dava convegno per gli incontri di amicizia o di divertimento, due erano le principali: quella centrale dinanzi alla chiesa e la piazzetta che sorgeva nel crucivia ossia nel punto di incontro delle principali vie del paese, tra le quali la via di circonvallazione che seguiva le traccia delle antiche mura, Piazzetta, corrispondente all'odierno Largo, che il popolo collarmelese, ha dedicato con nobile intento onorifico alla memoria dell'illustre concittadino Leandro Calcagnetti, avvocato della Curia Romana, divenuto poi Conte palatino, Cavaliere, Giudice d'appello, nonché scrittore di preziose opere giuridiche, come è testimoniato da Antonio Corsignani nell'opera "Uomini il1ustri" (Cap. XII, pag. 215). 
 
E delle altre vie, che assieme a Via Rotonda mettevano capo alla Piazza Leandro Calcagnetti sono da menzionare le due, dove l'attività di transito era più intensa: la Via Marruvio, che tuttora dopo circa due chilometri si ricongiunge alla statale Via Marsicana e la Uia Cerfennia, cosiddetta perchè solca l'area che si ritiene coincidere con quella, ove era uhicato, almeno in parte, l'antico paese dell'epoca romana, e che nell'alto Medioevo sopravisse con il nome di "Cerfengo". Più esattamente nel periodo che la Marsica costituiva una "gastaldia" del Ducato di Spoleto. 
  
  

La vecchia chiesa parrocchiale. 
La sua grandezza non era inferiore a quella del tempio attuale, rifatto nuovo ed inaugurato il 1940. Le linee principali dello stile architettonico ricalcavano quello della chiesa "romanica", con tre navate. Aveva il soffitto a forma di botte con dipinti raffiguranti immagini di santi e la facciata in pietra con una sola porta grande, che immetteva nella navata più grande (2), in fondo alla quale sorgeva, imponente, l'altare maggiore, lavorato in legno, rivestito d'oro e con artistici intagli, come è dato potere ammirare ancora nel Santuario della Madonna delle Grazie, dove si trova custodito. Degli altari laterali quello meglio arredato era quello della grande patrona Santa Felicita, con la statua (la stessa - identica che si conserva nella nuova chiesa) raffigurante la madre con attorno i suoi sette figli, anch'essi martiri, il cui autore, come ricorda il parroco Don Emilio Martorelli  è lo scultore Luigi Caputo, napoletano, il quale ebbe l'ispirazione da un quadro esistente nel Museo di San Martino in Napoli: quadro che viene attribuito a Guido Reni". 
  
L'edificio comunale. 
Sorgeva lungo il tronco sud della allora Via Rotonda. 
 
L'edificio postale. 
Sorgeva nelle immediate adiacenze della surricordata Piazzetta "Leandro Calcagnetti". 
 
L'edificio della Scuola Elementare. 
Sorgeva lungo la Via Rotonda nei pressi della Villa Marinacci ed era in uno stato di conservazione molto precario. E l'edificio scolastico, eretto negli ultimi anni, prima del terremoto e che rimase, finché a Collermele non fu costruito quello del tutto nuovo in Via Nazionale, era situato nei pressi della stazione, ai margini del Largo, dove ora vi si trova innalzata l'immagine del Crocefisso.

La vecchia farmacia. Era ubicata lungo l'attuale Via Cerfennia, nel tratto che dalla fontana del Colle si ricongiunge con Via Marruvio. Vecchia farmacia, la quale, dopo il terremoto verrà riaperta e, a gestirla nei locali della propria Villa, sarà ancora sino agli anni '40 circa, la stessa famiglia degli Angelucci (3). 

  

 Note  
1) Aveva 14 anni, quando il terremoto gli distrusse la casa, con il paese ove era nato. Rimasto senza casa e senza famiglia, girò giorni interi tra le rovine del paese: E fu Don Orione, che era accorso per accogliere ed aiutare gli orfani sopravvissuti nella Marsica terremotata, che raccolse anche il piccolo Cesare, il quale poi, cresciuto ed educato negli istituti della Congregazione Orionina, diventò sacerdote e dallo stesso Don Orione sarà mandato missionario Argentina.   
 

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2) Nel retro della chiesa si apriva un porta riservata ai soli uomini.
 
(3) Don Vincenzo Angelucci era il farmacista tanto noto ed apprezzato dai paesani, per essere un esperto di erbe aromatiche.
 
Testi tratti dal libro "Collarmele (ieri...e...oggi)"
 
 

  
 
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