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Folclore paesano
Testi a cura di Don Francesco Prosia  maggiori info autore
Folklore é un termine di origine inglese, il cui significato etimologico é: cultura popolare. 
Una cultura di popolo che implica tre tipi diversi di attività: un'attività conoscitiva, come quella espressa dai proverbi e dalle credenze popolari; un'attività psicologica, come quella dei sogni e dei canti popolari; un'attività di vita pratica, come quella espressa dagli usi e costumi. Il popolo, come soggetto attivo del fenomeno folklorico, può avere due significati fondamentali diversi, da tenere presenti, a scanso di inevitabili confusioni. Primo tipo o concetto di popolo: é quello di un insieme di cittadini, che abitano in un medesimo territorio, indipendentemente dai vari gruppi socio-etnico-politici, a cui i singoli individui possono appartenere. Secondo tipo o concetto di popolo: é quello di un insieme di cittadini, che risultano, individualmente presi, legati a diversi gruppi: ad un gruppo sociale diverso, come quando si dice popolo campagnolo, in opposizione a popolo di città; ad un gruppo etnico diverso, come quando si dice popolo italiano in opposizione a popoli di altre nazioni; a gruppo politico diverso, come quando si dice popolo comunista, in contrasto con popolazioni appartenenti ad altri partiti. 
  
Dagli esempi addotti appare con evidenza come questo secondo tipo o concetto di popolo é un concetto che i sociologi qualificano giustamente con i termini di concetto parziale, eterogeneo e classista. 
A questo punto sorge spontanea la domanda: la cultura popolare, implicita nel fenomeno folklore, a quale dei due tipi o concetti si fa dipendere ideologicamente? E la risposta é che può essere dell'uno e dell'altro tipo, a seconda dell'atteggiamento ideologico di chi pratica o studia il fenomeno folkloristico. 
Il fenomeno folklore può essere oggetto di studio: di un filosofo, di uno scienziato, di un'artista, di un poeta e di un filologo, ciascuno dei quali nel detto fenomeno coglie un aspetto specifico diverso. Aspetti specifici che però si possono inquadrare in due ruoli o atteggiamenti comuni. Primo ruolo o atteggiamento: quello che assumono i filosofi e gli scienziati. 
È un atteggiamento, che esige una conoscenza "mediata". 
  
Una conoscenza mediata dalla "riflessione" da parte dei filosofi ed una conoscenza mediata dall'esperienza di laboratorio da parte degli scienziati. Secondo ruolo o atteggiamento: quello che assumono i poeti e gli artisti. 
È un atteggiamento fatto di immediatezza, di intuizione e spontaneità, quale é appunto quella tipica di ogni poeta e di qualsiasi artista, come tali. 
Ed eccoci, ora, all'altra domanda che sorge anch'essa spontanea: ed i soggetti attivi del folkore, inteso come cultura popolare, a quale dei due suddetti tipi appartengono? E la risposta anche questa volta non può essere univoca, in quanto la definizione che si dà del fenomeno folkloristico non é la stessa per tutti gli studiosi. La maggior parte, però, ritiene che gli usi e costumi tradizionali, di cui é soggetto questo o quell'altro popolo, non é frutto di un'attività riflessa, come quella dei filosofi e degli scienziati, ma é una manifestazione di vita, che si é svolta e continua a svolgersi all'insegna della più genuina spontaneità ed immediatezza. 

L'alcune pratiche conclusioni.  
Per chi accetta il concetto di popolo, senza le discriminazioni di gruppo, allora il fenomeno folklore si accredita a tutto il popolo. E si evitano tutti i pregiudizi, in cui sono caduti diversi studiosi, come questi: il folklore é un fenomeno tipico del popolino, quello rozzo, incivile, ignorante. Altro pregiudizio: il fenomeno folkloristico é quello che si origina e si sviluppa solo nei centri "rurali" o di montagna ed é frutto della fervida fantasia dei contadini e dei pastori. 
Un solo esempio contrario, che prova l'infondatezza dei riportati pregiudizi: i Romani godevano la fama di essere un popolo particolarmente amante dei giuochi e della buona cucina. Parimenti i Toscani, nell'opinione pubblica, passano come accaniti bestemmiatori. 
Tanto il divertimento e l'abitudine di bestemmiare sono aspetti del folklore, ma nessuno può azzardarsi a dire che sia i Romani e sia i Toscani sono popoli incivili. 
La conclusione pratica é questa: il popolo, come soggetto attivo del folklore, non é quello classista, comunque discriminato, ma é tutto il popolo, inteso come insieme di cittadini, che convivono in un medesimo territorio, che, a parità di diritti e doveri, può essere costituito da centri rurali o di montagna o di campagna. 

Paesi che vai, usanze che trovi
È il proverbio che esprime le innumerevoli diverse fonne, con cui il fenomeno folkloristico si manifesta nel mondo. Forme diverse che in concreto sono: costumanze locali, credenze varie, proverbi locali, fogge diverse nel vestire, accenti speciali del proprio dialetto, specialità culinarie, nonché miti e racconti leggendari. Aspetti questi del fenomeno folkloristico, che si possono verificare in qualsiasi paese. 

Costumanze tipiche, reperibili nel repertorio folkloristico collarmelese. Ne scegliamo alcune che assieme ad un significativo interesse di cultura popolare possono suscitare anche una certa curiosità ed ilarità: 
- L'abitudine di affibbiare in maniera del tutto gratuita nomignoli o soprannomi a persone dello stesso paese. 
Un'abitudine che prospera ancora, senza gravi risentimenti da parte di coloro, ai quali tali titoli vengono attribuiti. Un'usanza che già presso i Romani si era diffusa, sia pure in modo molto diverso, ed é lecito pensare che gli stessi nostri antenati dell'antica Cerfennia ne abbiano fatto volentieri un eguale uso: quello umoristico - canzonatorio. 
- L'annuncio al pubblico tramite il cosiddetto "bando". 
Ad eseguirlo in quei tempi in cui i mass-media non esistevano era uno speciale incaricato da parte dell'autorità comunale, il quale girando per le vie del paese, sostava in punti chiave, particolari, richiamando l'attenzione del pubblico con il suono di un'apposita trombetta. E, dopo una breve pausa, ad alta voce dava diversi avvisi, sul tipo di quelli che oggi vengono dati con i manifesti affissi sui muri. 
E' un avviso che era quasi sempre all'ordine del giorno e che le massaie di Collarmele ascoltavano con maggiore premura era quello che annunciava l'arrivo dai paesi vicini della Marsica o dalla valle dell'Iri di mercanti, venditori di merce varia. 
E tra i banditori, il più encomiato e rimasto famoso, in quel curioso tipo di arte pubblicitaria, per la sua voce altisonante e nitida, fu colui, il quale quando appariva veniva additato non con il nome, ma con il soprannome che era "Ciband". 
- Il perché del consolo, praticato anche a Collarmele. 
Il "consolo" é ancora diffuso in tutto il meridione dell'Italia, ma ora, come tante altre antiche usanze, va lentamente scomparendo. 
Era il pasto che da parenti ed amici veniva offerto ad una famiglia rimasta in lutto per la perdita di una persona cara. Un uso che sino a qualche anno fa veniva praticato anche a Collarmele, e che secondo qualche storico si riconnette all'usanza praticata dagli antichi Greci, che, in circostanze simili a quelle del lutto, offrivano una speciale bevanda, detta "Nepente", la quale a chi l'assorbiva produceva l'effetto di lenire il dolore o di farlo dimenticare. 
- Le trecce di frutta e di speciali ortaggi, appesi per l'essiccamento sui balconi delle case. 
L'esposizione dei vari prodotti, specie nelle case dei contadini del vecchio paese, era curata, non solo con i necessari accorgimenti per una scelta di posti meglio battuti dal sole, ma anche con tanta fantasia e fine gusto nella composizione delle varie trecce, dei mazzi e dei fastelli. E se nell'edilizia delle case dei contadini era prevista la erezione anche di verande, ossia di balconi con la ringhiera di ferro o con il verone ossia con la piccola terrazza coperta, questo avveniva perché gli architetti o semplici muratori si confacevano alle suddette usanze delle famiglie contadine. Singolare contratto di compra-vendita, con lo scambio di prodotti naturali, come quello della crusca. 
- Singolare contratto che degli esperti del mercato viene indicato con il termine di "baratto". Metodo speciale di compra-vendita, che si verifica quando il prodotto offerto dal venditore viene contraccambiato dal compratore, non con la moneta, ma con un altro prodotto naturale. Il particolare che conferisce una coloritura tipica folkloristica al baratto cosi come si costumava nei tempi passati a Collarmele, sta nel fatto, che tra i prodotti agricoli usati nello scambio, quello più comune era la crusca, che i paesani in dialetto chiamano la "simmala". Un esempio pratico: durante il mese di giugno, quando le ciliegie sugli alberi sono già mature, era frequente sentire nel paese la venditrice contadinella, che, tenendo sul capo la cesta piena di detti frutti, e con la bilancia sorretta con la mano, annunziava: "Ciliegie in camhio di crusca!". Annuncio che in dialetto suonava con un'enfasi più gustosa: "Ceras a cagn a simmala!". 

Tradizione e leggenda.  
La leggenda, ovunque e comunque si manifesta, tradisce sempre un fondo di vero: quello della fantasia popolare che illeggiadrisce e tonifica con alcuni episodi gli usi e costumi, conferendo al folklore locale una tinta ed una carica di particolare piacevolezza. Sono episodi da folklore ambientati in territorio collarmelese quelli rievocati con fine gusto da Angelo Melchiorre nel suo libro "Vita e Folklore nella Marsica di ieri", là dove dice: " Persino il vento che spira sempre da Forca Caruso rendeva più avventurosa e, sotto certi aspetti affascinante, la traversata del valico, di cui Collaramele costituiva l'ultimo avamposto abitato. 
E, insieme con il vento, giungevano al viaggiatore le voci dell'antico e recente passato, quello della storia e della leggenda: i Romani costretti a passare sotto il giogo degli Italici vincitori, il passaggio di San Francesco d'Assisi a cavallo di un somarello, i drammi dei viandanti sorpresi dalla bufera, la pietà dei monaci del priorato di San Nicola de Ferrato (il cui campanello risuonava di lontano per avvertire i viaggiatori che a Forca Caruso non si passava), la prepotenza dei briganti, che assalivano le carovane dei mercanti e i pellegrini, le cantilene dei devoti che si recavano a Cocullo per venerare San Domenico Abate. 
Insomma, una serie di immagini serene e tempestose, che facevano di quella strada e di quel paese, Collarmele, quasi un posto unico in Abruzzo. Ed altre rievocazioni nascevano già quando si scorgevano le prime case del paese: la locanda, dove si rifugiavano i viandanti sorpresi dalla tormenta; le tipiche figure paesane, come la "ricottara" che, partita all'alba per vendere la sua ricotta nei villaggi del Fucino, tornava stanca ed avvilita la sera a Collarmele; il contadino che, seduto davanti la sua abitazione, raccontava le storie del "tesoro di Fossa Trippetta" e del "tesoro del diavolo", nascosto nella località della Ciurlana " (Ibidem pag. 167/168) (1). 
Ed é pure frutto di folkloristiche fantasie l'episodio che il Corsignani riporta in "Reggia Marsicana", là dove asserisce: "nella montagna di Ceturo nel 1735 si scoprirono alcuni spiriti maligni che bastonavano e gettavano sassi invisibilmente ai custodi degli armenti..." (Ibidem. pag. 654). 

  
    

Note
1) Località della "Ciurlana" che dai contadini e dai pastori del paese é detta più propriamente "Giorlanda". 
 
 
 
Testi tratti dal libro "Collarmele (ieri...e...oggi)"
 
 

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